L’ASSOCIAZIONE


L’Associazione Culturale Prosochè è una APS (Associazione di Promozione Sociale) ed ha lo scopo precipuo di diffondere la pratica filosofica. Fondata il 19 maggio 2023 (Registrazione all’Agenzia delle Entrate con C. F. 90074630444, è composta da 8 soci fondatori e, attualmente, da circa 60 soci sostenitori.

Il Consiglio Direttivo è così costituito:

1) Presidente: CUPELLI MASSIMO

2) Segretario/Tesoriere: FOSCO ANDREA  

3) Consigliere/Vice Presidente: CARRARINI ALESSANDRO .

Il nome prosoché è ispirato all’atteggiamento della presenza mentale, dell’attenzione all’attimo presente, atteggiamento promosso e valorizzato dai filosofi antichi, in particolare dalle scuole filosofiche ellenistiche (Epicureismo, Stoicismo, Scetticismo). La scelta è stata ispirata dalla volontà di diffusione delle pratiche filosofiche e meditative finalizzate alla consapevolezza e presenza a se stessi, quindi al benessere esistenziale.

L’Associazione si pone come obiettivo la promozione di attività culturali di interesse generale al fine di migliorare la qualità di vita dei propri associati. A titolo esemplificativo e non esaustivo, nello specifico:  

  • Organizzazione di attività ed eventi culturali inerenti alla filosofia: lezioni, corsi, seminari, gruppi di lettura, cineforum, laboratori di pratica filosofica;
  • Organizzazione di attività di promozione della socialità: esperienze, workshop, laboratori di espressione dei propri talenti e delle proprie idee;
  • Organizzazione di esperienze immersive finalizzate alla consapevolezza di sé e al miglioramento delle dinamiche relazionali, anche con l’uso di tecniche di meditazione, yoga, reiki;
  • Organizzazione di esperienze immersive finalizzate al miglioramento della relazione uomo-natura;
  • Promozione di attività ed eventi di formazione e sensibilizzazione sulle pratiche di consapevolezza del sé: in particolare di meditazione, mindfulness, yoga, reiki;
  • Promozione di attività ed eventi di formazione e sensibilizzazione sui temi della legalità, della democrazia, della pace e dell’ecologia;
  • Valorizzazione del territorio come ambiente storico e artistico attraverso progetti e proposte di idee in collaborazione con istituzioni pubbliche e private;
  • Organizzazione di attività nel settore delle arti nonché della creatività contemporanea ovvero di tutti gli  aspetti del mondo della cultura, avvalendosi anche di sedi esterne a quella istituzionale;
  • Attuazione di servizi e strutture per lo svolgimento di attività culturali e sociali nel tempo libero al fine di favorirne l’educazione permanente;
  • Promozione di scambi nazionali ed internazionali;
  • Promozione di incontri, seminari di studio, dibattiti per lo svolgimento di attività formative e di divulgazione, anche in collaborazione con altre istituzioni pubbliche e private. L’Associazione non è una formazione o un’associazione politica, né un’associazione sindacale o professionale, di rappresentanza di categorie economiche o di datori di lavoro, e non è sottoposta a direzione, coordinamento e controllo dei suddetti enti.
Massimo Cupelli, docente di filosofia e consulente filosofico, Presidente dell’Associazione Prosoché

LA CONSULENZA FILOSOFICA IN SINTESI

La consulenza filosofica nasce in Germania ad opera del filosofo Gerd Achenbach agli inizi degli anni 801. Essa si delinea fin dalle origini come pratica filosofica, cioè come dialogo aperto tra consulente e consultante finalizzato al benessere esistenziale e alla serenità dei partecipanti. Lo scopo è liberare il pensiero e far emergere la visione del mondo del consultante, il quale è aiutato dal consulente a ristrutturare le sue idee al fine di migliorare il rapporto con gli altri, con il mondo e con se stesso. Il consulente può fare riferimento alle teorie e ai concetti filosofici, ma non necessariamente; non si tratta di spiegare la filosofia ma di fare filosofia. A prescindere dal grado di conoscenza della disciplina da parte del consultante, la pratica si configura come filosofica nella misura in cui si profila la sua natura razionale. Tutti gli uomini, in quanto razionali, possono fare filosofia, anche se non hanno mai studiato la materia. Il consulente deve essere in grado di favorire una sorta di maieutica del dialogo razionale andando al di là della terminologia e del rigore concettuale puntando l’attenzione sulla fluidità del pensiero, sul percorso di ricerca e di crescita. La pratica filosofica si basa sull’ascolto e sul dialogo, non sulle competenze scientifiche, anche se il consulente conosce la disciplina. Lou Marinoff sottolinea l’importanza dell’ascolto che supera quella delle competenze strettamente disciplinari: “a fare un buon consulente non è la competenza; questa non è neppure necessaria. Ben più importante è la capacità di prestare ascolto, di empatizzare, di comprendere ciò che l’altra persona sta dicendo, di offrire un nuovo modo di considerarla e di porgere soluzioni e speranze”2.

L’obiettivo è quello della consapevolezza, della presenza a sé, della felicità. È chiaro, quindi, che si presenta una diversa immagine del filosofo, non più pensato come l’intellettuale chiuso nella sua torre d’avorio, isolato dalla società, preso dal suo orgoglio aristocratico che lo fa sentire diverso e non assimilabile agli schemi sociali. L’idea di filosofo alla quale fa riferimento la consulenza filosofica è quella di Thoreau: “Essere un filosofo non significa semplicemente avere raffinati pensieri, e neppure fondare una scuola… Consiste nel risolvere alcuni dei problemi della vita, non in teoria ma in pratica”3. I problemi posti dalla filosofia sono i problemi dell’uomo in quanto tale. Non deve dunque stupire il fatto che tutti possono fare filosofia in quanto animali razionali. Le risposte alle domande proprie dell’umano non sono facili e non è giusto l’approccio alla filosofia che pretende risposte definitive. La filosofia pone domande, fa insorgere dubbi, ma non dà risposte definitive; non perché non abbia gli strumenti ma perché una filosofia che desse risposte definitive tradirebbe la sua essenza: la filosofia è senso critico, libertà di pensiero. Quello che può fare non è quindi dare risposte, ma sollecitare a porsi le domande e cercare la propria strada per interpretare la realtà. L’interpretazione della realtà condiziona enormemente la vita delle persone; è importante quindi che ognuno di noi elabori una propria prospettiva che lo guidi nel suo percorso di vita. Come ci ricorda lo psicologo statunitense Martin Seligman “i nostri pensieri non sono solo semplici reazioni agli eventi. Essi cambiano il corso degli eventi”. Sembra di leggere Marco Aurelio: “la felicità della vita dipende dalla qualità dei pensieri”.

Il buon filosofo non pretende di essere seguito, ma spinge gli altri a crearsi il proprio percorso. È proprio questo lo spirito che anima il consulente filosofico: stimolare, favorire, aiutare, rinunciando al rigore terminologico e concettuale per approdare ad una scienza filosofica essenzialmente pratica. Come ci ricorda Lou Marinoff: “ Se filosofia e pratica sono due parole che difficilmente si accordano nella mente di moltissime persone, la filosofia ha però sempre fornito strumenti da usare nella vita di ogni giorno. Quando Socrate trascorreva le giornate discutendo di grandi problemi sulla piazza del mercato e Lao Tzu registrava i suoi consigli sul modo di seguire la strada del successo evitando il male, volevano che queste loro idee trovassero impiego pratico. La filosofia in origine era un modo di vivere, non già una disciplina accademica: un argomento non solo da studiare ma anche di applicazione pratica. Soltanto da un centinaio di anni a questa parte la filosofia è stata completamente confinata in un settore esoterico della torre d’avorio, pieno di teoremi ma vuoto di applicazioni pratiche”4. Lo stesso Pierre Hadot ci ricorda che nell’antichità filosofia era soprattutto un stile di vita; il filosofo era filosofo in tutto e per tutto, ventiquattro ore al giorno. La filosofia era prima di tutto pratica filosofica.

È importante sottolineare che la consulenza filosofica non ha un approccio terapeutico o, per lo meno, non necessariamente. A differenza della psicoterapia, essa non parte da un disagio, un problema, ma dal semplice desiderio di confrontarsi, di aprirsi al dialogo in maniera disinteressata, libera e autentica. Questo non esclude che la pratica filosofica possa essere terapeutica; spontaneamente può diventarlo, rivelandosi utile nelle situazioni di disagio esistenziale. Il punto di partenza non è però terapeutico. Il benessere emerge spontaneamente ma non è una linea guida euristica; questo perché l’impostazione terapeutica sminuirebbe l’autenticità dell’approccio disinteressato e totalmente libero che deve avere ogni tipo di percorso filosofico.

Durante il laboratorio di pratica filosofica i partecipanti lasciano fluire la loro energia incrociando i flussi. Il ragionamento, la riflessione, il confronto si strutturano come percorsi di crescita, di consapevolezza e di serenità. Il consulente stesso è un partecipante, anch’egli si mette in gioco ed entra a pieno titolo nel sistema energetico che si viene a creare durante il laboratorio.

La consulenza filosofica può strutturarsi come laboratorio di gruppo oppure come seduta individuale; pur essendo situazioni molto diverse, entrambe portano alla liberazione del pensiero e allo scambio di energia. Nel laboratorio di gruppo si creano notevoli occasioni di confronto, facendo emergere la ricchezza propria delle relazioni sociali autentiche. Anche se di durata esigua (da un’ora ad un’ora e mezza) le relazioni che nascono all’interno del laboratorio sono caratterizzate da una certa intimità. Nel gruppo nasce molto spesso una sintonia che lega i partecipanti in un contatto umano profondo e significativo. È proprio per l’atmosfera di intimità che si sviluppa che il consulente, all’inizio, chiede ai partecipanti di fare una sorta di patto nel quale ci si impegna a rispettare gli altri membri del gruppo, consulente compreso, mantenendo assoluto riserbo su tutto ciò che emergerà durante il confronto. Questo permette a ciascun partecipante di sentirsi libero di esprimere opinioni, condividere ricordi, esternare emozioni senza il timore di essere giudicato. Assenza di giudizio, riservatezza e soprattutto rispetto sono le parole d’ordine di ogni laboratorio di pratica filosofica.

Nella seduta individuale la liberazione degli aspetti intimi risulta ancora più facile poiché la relazione a due favorisce l’apertura del pensiero in quanto il consulente struttura il percorso conformandosi alle esigenze speculative o emotive del consultante; si evita in questo il problema di fronteggiare la complessità dei punti di vista e delle opinioni che emergono nella situazione laboratoriale, risparmiando al consulente lo sforzo di trovare la sintesi tra le diverse posizioni e di favorire l’incontro tra i diversi punti di vista.

1Cfr. Gerd Achenbach, La consulenza filosofica. La filosofia come opportunità di vita, Feltrinelli, Milano 2009.

2Lou Marinoff, Platone è meglio del Prozac, Mondadori, Milano 2018, p. 54.

3Citato in Lou Marinoff, cit., p. 11.

4Lou Marinoff, cit.

LA MINDFULNESS IN SINTESI

La parola mindfulness è la traduzione inglese di sati, termine in lingua Pali che possiamo tradurre con consapevolezza o attenzione presente e attiva. Il concetto di consapevolezza affonda le radici nella filosofia buddista, è uno dei principi dell’Ottuplice sentiero. Essa può essere definita come atteggiamento nei confronti della vita o semplicemente come pratica volta a cambiare la visione del mondo. L’obiettivo è la serenità, la pienezza di vita, una relazione autentica con la realtà. Nella consulenza filosofica la mindfulness può essere molto utile perché aiuta il consultante a ristrutturare i propri pensieri in modo da superare quegli automatismi mentali che ci portano a rimanere ancorati a pensieri fissi e limitanti, a idee che condizionano pesantemente la propria vita. La pratica filosofica, attraverso il ragionamento e il dialogo, è volta proprio a liberare il pensiero da questi automatismi e ad assumere un atteggiamento consapevole nei confronti dell’ambiente e di se stessi. La semplice ristrutturazione del pensiero può aiutare moltissimo a superare blocchi, sofferenze, paure, ostacoli che molto spesso siamo noi stessi a crearci. La mindfulness favorisce infatti un atteggiamento di autenticità e consapevolezza che permette di vivere ogni momento della vita con pienezza, senza distrazioni. Questo atteggiamento di lucidità e presenza a se stessi ci regala serenità, benessere e salute. Potremmo usare, senza timore, la parola felicità. Molto utile è risalire all’etimo greco della parola: eudaimonìa. Letteralmente significa buon demone: il daimon, soprattutto nella filosofia socratico-platonica, rappresenta la coscienza interiore, quel bagaglio di idee e valori che guidano la nostra condotta. La persona che ha un buon demone è, quindi, la persona consapevole, che ha una visione lucida della realtà, una persona presente a se stessa. Possiamo quindi affermare che la mindfulness aiuta a raggiungere uno stato di felicità: grazie a questa pratica, infatti, si possono superare quelle insicurezze, quei timori e quei meccanismi automatici, spesso inconsci, che limitano la nostra vita indebolendo l’energia vitale che viene come rallentata o bloccata nel suo fluire. L’energia, infatti, per sua natura, deve muoversi, realizzare la sua natura dinamica; se nella nostra coscienza interiore ci sono blocchi di qualsiasi tipo, l’energia perde la sua dinamicità rinnegando la sua vera natura. La presenza a se stessi e l’attenzione al momento presente ci aiuta a liberarci dai blocchi e dagli automatismi, entrando pienamente nella realtà, così come essa è, senza valutazioni, presunzioni e forzature. Guardare la realtà non come essa è ma come vorremmo che fosse in base ai nostri pregiudizi e alle nostre paure ci fa perdere tanta energia, procurandoci una grande sofferenza. La pratica della mindfulness ci aiuta ad accogliere la vita nel suo fluire senza forzarla in base a nostre idee; questo ci dà la capacità di sfruttare l’energia della vita potenziando il nostro essere. Il filosofo Alan Watts sottolinea l’importanza di accogliere questa energia senza forzature e senza tentativi di dominazione di essa. Lasciarsi andare al flusso dell’energia è l’atteggiamento che ci porta alla felicità; come ci ricorda la seconda delle Nobili quattro Verità del Buddismo “l’origine della sofferenza è l’attaccamento, l’avversione, la visione errata”. Si può parlare di una vera e propria destrutturazione dell’inconscio: la pratica meditativa costante aiuta a ridurre l’azione di quelle dinamiche inconsce che stanno alla base degli schemi mentali responsabili delle nostre azioni. Un altro importante effetto è il rallentamento del flusso dei pensieri, quindi ad una sorta di acquietamento degli stati emotivi, i quali diventano più controllabili e, quindi, meno dannosi. La meditazione diventa quindi un percorso per potenziare la mente permettendole di liberarsi dai blocchi emotivi e culturali al fine di dispiegare il più possibile le sue possibilità.

La pratica della mindfulness all’interno del laboratorio di consulenza filosofica è molto utile per favorire nei partecipanti l’atteggiamento di apertura nei confronti dell’altro e di nuovi pensieri. Praticando la mindfulness, la persona cambia la propria disposizione d’animo e quindi trova le risorse per affrontare problemi e tensioni di ogni sorta. Il primo passo importante per garantire la qualità di una pratica meditativa è curare la postura da tenere: non c’è una postura ideale, l’importante per il consultante è trovare le condizioni più comode possibili; l’unica vera regola, per quel che riguarda la postura, è il mantenimento della posizione eretta, ben allineata: come chiarisce il maestro Patanjali nei suoi Yoga Sutra, nella meditazione la colonna vertebrale deve essere dritta, con orientamento terra-cielo, possibilmente senza appoggiare la schiena. Questo allineamento permette al flusso energetico di scorrere liberamente senza ostacoli lungo il canale energetico centrale, la Sushumna.Il passo successivo è dar vita ad una buona respirazione consapevole, un ottimo punto di partenza per favorire pensieri più lucidi e presenza a se stessi. La gestione della respirazione è uno degli otto stadi dello yoga, come riportato nello Yoga sutra di Patanjali. Nella tradizione induista e in particolare nello yoga, il pranayama è il controllo dell’energia vitale attraverso il respiro. Questo significa che respirare in maniera consapevole ci aiuta a raccogliere l’energia vitale e sfruttarla al meglio per il nostro benessere, sia del corpo che della mente. Il prana, cioè l’energia vitale, si acquisisce con il cibo e le bevande ma, soprattutto, con la respirazione. È importante, quindi, la dieta, l’igiene del naso e della lingua, la masticazione, ma soprattutto il controllo del respiro. La respirazione yogica, molto valida nella pratica meditativa, implica tre fasi: addominale, toracica, clavicolare1; il respiro deve essere lungo e profondo, ma è bene consigliare al consultante di non forzare l’attività di respirazione, la quale deve essere il più possibile naturale e spontanea. In una prima fase è bene però cercare di controllare il respiro in una sorta di allenamento; in un secondo tempo tutto avverrà in maniera più fluida, senza bisogno di controllo. Nella fase di ‘allenamento’ il consulente avrà cura di insegnare al consultante ad assumere il giusto atteggiamento respiratorio e a controllare le tre fasi spingendolo a fare un piccolo sforzo finalizzato all’allungamento e all’approfondimento del respiro. Dopo un po’ di pratica, l’attività risulterà naturale e non ci sarà più bisogno di fare alcuno sforzo. La naturalezza e la spontaneità sono gli ingredienti fondamentali della mindfulness, ma è necessario fare allenamento; esse rappresentano, più che un punto di partenza, un punto di arrivo.

Il concetto di base della mindfulness è la concentrazione sull’hic et nunc: meditare significa innanzitutto vivere il momento presente abbandonando il più possibile i pensieri che affollano e appesantiscono la mente. A differenza della meditazione classica, più spirituale, la mindfulness propone un atteggiamento non giudicante: non esistono atteggiamenti o abitudini da correggere; l’unico scopo è quello di imparare, attraverso l’allenamento, a rallentare il flusso dei pensieri; concentrandoci sul momento presente senza giudizio la nostra mente sarà più leggera e libera: questo ci permetterà di interpretare la realtà in maniera più lucida. Il maestro buddhista giapponese Taisen Deshimaru paragona lo spirito dell’uomo a un bicchiere d’acqua melmosa: se agitiamo il bicchiere l’acqua diventa sempre più sporca; se noi, invece, posiamo il bicchiere sul tavolo, il fango si deposita spontaneamente sul fondo e l’acqua si purifica2.

L’obiettivo è la consapevolezza, ovvero quello stato mentale nel quale l’individuo conosce i suoi reali bisogni e la strada da percorrere per acquistare serenità e quiete. Per facilitare questa presenza mentale, si possono utilizzare delle tecniche che possono favorire la concentrazione sul momento presente. Una di queste tecniche è mutuata dalla tradizione meditativa spirituale: il mantra. La ripetizione del mantra, al di là della valenza spirituale che la mindfulness non ha, acquista una funzione di facilitazione della concentrazione, in quanto la mente risulta impegnata nel flusso ossessivo delle sillabe spegnendo, in qualche modo, l’attività mentale della proliferazione dei pensieri. Il consulente può attingere dalla tradizione spirituale o, se preferisce, può usare qualsiasi combinazione sillabica o una semplice frase; una tecnica efficace è anche quella del contare i respiri, metodo che porta la mente a fissarsi sul conteggio rallentando la sua attività. Un’altra tecnica, anche questa proveniente dalla tradizione spirituale, è quella dei mudra. La parola mudra significa sigillo, simbolo o, più semplicemente, atteggiamento. Si tratta di posizioni delle mani da tenere per qualche minuto durante la pratica meditativa. I mudra sono utilizzati in particolare nello yoga; ovviamente il consulente non ha le competenze per insegnare yoga, ma può tranquillamente portare il consultante ad eseguire un mudra. Un esempio classico è quello delle mani giunte davanti al petto in segno di preghiera (Anjali mudra)3. Si tratta di una tecnica semplice da praticare con la quale si possono ottenere risultati ottimi se la persona si pone nel giusto atteggiamento mentale. Sarà cura del consulente di presentare la pratica come utile al raggiungimento della consapevolezza e al superamento alcuni blocchi mentali e pregiudizi. Se ben praticato, il mudra può portare a sorprendenti risultati.

La mindfulness può integrarsi molto bene alla pratica filosofica perché i due percorsi hanno lo stesso obiettivo, quello di cambiare la prospettiva mentale per interpretare la realtà con più serenità e lucidità. Questo per evitare di rimanere ingabbiati in schematismi ed automatismi mentali che spesso impediscono il benessere e la serenità.

NOTE.

1.Sulla respirazione yogica completa cfr. Sonia Pippinato, Yoga secondo natura. L’armonia e i benefici della pratica, RED!, Cornaredo 2018, p. 27.

2. Cfr. Fréderic Lenoir, Vivere è un’arte, Mondadori, Milano 2020 (Edizione speciale per Gruppo GEDI), pp. 45-46.

3. Sui mudra cfr. Sonia Pippinato, cit., pp. 39-41.

IL REIKI IN SINTESI

Parlando di energia, non c’è forse disciplina più adatta del reiki per capire quale possa essere il miglior modo di gestire e sfruttare la forza vitale. Il reiki è, infatti, una pratica che punta proprio a convogliare l’energia cosmica attraverso le mani allo scopo di donare a qualcuno o donarsi forza a scopo terapeutico o semplicemente per favorire il benessere e la serenità. Il termine stesso ci parla infatti di energia: rei è l’energia primordiale divina, quella che ha dato origine a tutto, quell’enorme forza che ha innescato il fenomeno del Big Bang. Ki è l’energia dell’Universo, cioè la forza primordiale che si è realizzata, concretizzata ed anima tutti gli esseri del cosmo; Ki è, insomma, quello che i cinesi chiamano chi, gli induisti prana, i cattolici luce o Spirito Santo. La pratica del Reiki ha lo scopo di riarmonizzare la forza vitale presente negli esseri viventi convogliando l’energia universale. Essa, quindi, è un altro modo di aumentare o riequilibrare l’energia in noi, come la meditazione e il pranayama. In base a questa concezione, la malattia o, più in generale, il disagio è frutto di uno squilibrio energetico: si può trattare di carenza, di eccesso o di blocco. La malattia può essere presa come un segnale che dobbiamo accogliere come tale, come uno stimolo ad ascoltare il nostro corpo e la nostra anima per capire quale corto circuito si è creato bloccando il libero fluire dell’energia1.

La tradizione indiana ci insegna che l’energia che pervade il nostro corpo fluisce attraverso dei canali energetici, le nadi. L’energia cosmica entra nel corpo attraverso la nuca, discendendo lungo tre canali energetici principali: Ida, Pingala e Sushumna. Lungo Sushumna, che si sviluppa in corrispondenza della colonna vertebrale, troviamo i chakra, le ruote che si formano all’incrocio delle nadi. I chakra dislocati nel corpo sono innumerevoli, ma i principali che si dispongono lungo Sushumna sono sette: Muladhara, chakradella radice (primo chakra); Svadhisthana, chakra sacrale (secondo chakra); Manipura, chakra del plesso solare (terzo chakra); Anahata, chakra del cuore (quarto chakra); Vishuddha, chakra della gola (quinto chakra); Ajna, chakra del terzo occhio (sesto chakra); Sahasrara, chakra della corona (settimo chakra)2.

Questi centri energetici possono presentare dei blocchi dovute alle cause più svariate: tensioni emotive, contratture muscolari, automatismi del pensiero. La pratica filosofica, associata alla meditazione e al reiki, può contribuire a sbloccare queste vie energetiche e garantire il benessere della persona.

Nella pratica filosofica il reiki può essere utilizzato nella formula dell’autotrattamento: il consultante, cioè, guidato dal consulente, pone le proprie mani su una parte del corpo attuando una meditazione. A seconda dell’esigenza, il consultante può appoggiare le sue mani sulla fronte oppure sulla zona del cuore o sul ventre. Dopo alcuni minuti di meditazione, il consultante si concentra sul calore delle sue mani immaginando l’energia che fluisce e che entra nel suo corpo sottile sciogliendo tensioni e infondendo serenità. Un buon modo per affrontare l’eventuale scetticismo del consultante si può presentare la pratica come semplice tecnica di rilassamento. Se ben praticato, il reiki può apportare grandi benefici a livello fisico (eliminazione delle tossine e scioglimento delle tensioni muscolari), a livello mentale (liberazione dagli stati emotivi quali ansia, stress, frustrazione) e a livello spirituale (pace interiore). Il consulente, se vuole inserire il reiki nella seduta di pratica filosofica, deve ovviamente aver effettuato un percorso personale di formazione ed aver ottenuto almeno il secondo livello di reiki. Oltre alla formazione, il consulente deve essere prima di tutto un praticante costante: solo in questo modo può essere credibile ed infondere fiducia in questa benefica e straordinaria pratica.

NOTE

1 È importante sottolineare che la consulenza filosofica non deve mai porsi come sostitutiva di una terapia; è importante infatti assicurare che ci sia il consenso informato da parte del consultante su questo. Ovviamente ciò non toglie, come si diceva, che la consulenza possa acquisire una valenza terapeutica nella misura in cui aiuta la persona a cercare in sé le risorse per favorire il proprio benessere, ma questo è un effetto che non può essere preso come base di partenza del percorso di pratica filosofica.

2Sui chakra cfr. Anodea Judith, Chakra. Ruote di vita, Macro, Cesena 2021.